La politica dei “bulli”

La politica dei “bulli”

2 Aprile 2025 0 Di admin

Quando l’insulto sostituisce il pensiero

In un’epoca in cui la politica dovrebbe essere il luogo del confronto e della dialettica, assistiamo sempre più spesso a uno spettacolo desolante: il degrado del dibattito pubblico in una sequela di insulti puerili, giochi di parole meschini e tentativi goffi di ridicolizzare l’avversario. L’ultimo bersaglio di questa regressione è il segretario del Partito Democratico Matteo Di, non De, Di Gregorio, oggetto di una serie di storpiature del suo cognome e di continue derisioni sui suoi studi giuridici.
Un comportamento che non ha nulla a che fare con la critica politica, ma che ricorda piuttosto i corridoi di una scuola elementare, dove il bullo di turno cerca di imporsi non con la forza delle idee, ma con la sottomissione dell’altro attraverso la derisione.

Il metodo del bullo: svuotare l’avversario della sua dignità

Chiunque abbia vissuto un’aula scolastica conosce il meccanismo: il compagno più esile, quello bravo nei compiti o attento alle regole, diventa il bersaglio preferito. Il bullo lo prende di mira con un soprannome ridicolo, ne sminuisce le capacità, lo umilia pubblicamente con battute ripetitive che mirano a trasformarlo in una macchietta. La strategia è sempre la stessa: non potendo batterlo sul piano della competenza, lo si riduce a una caricatura.

Non è un caso che oggi, in politica, alcuni rappresentanti delle istituzioni adottino questa stessa tecnica. La ripetizione ossessiva di un cognome storpiato, il sarcasmo insistente sui titoli di studio, il dileggio continuo nei confronti di un avversario sono tutti strumenti usati per distogliere l’attenzione dalla povertà del proprio pensiero. Non c’è un’argomentazione, non c’è una visione, non c’è un progetto: solo l’insulto gratuito, la semplificazione grottesca, l’appiattimento del confronto a un livello infantile.

La regressione della politica: dall’oratoria all’invettiva sterile

La politica dovrebbe essere il luogo dell’oratoria, dell’argomentazione serrata, del confronto anche duro ma sempre fondato su un’idea di società. Un tempo, gli scontri tra leader si giocavano sul terreno delle idee, delle visioni alternative del mondo. Oggi, invece, alcuni preferiscono abbassare il livello del confronto a una continua aggressione verbale, sperando che l’insistenza trasformi la bugia in verità, che la risata sostituisca il ragionamento.

Ma c’è qualcosa di ancora più grave in tutto questo: il fatto che questi atteggiamenti provengano da uomini che ricoprono cariche istituzionali. Quando chi dovrebbe rappresentare il Paese si comporta come un bullo da cortile, il danno è doppio: si legittima la politica dell’insulto come norma accettabile e si trasmette un messaggio devastante ai cittadini, in particolare ai più giovani. Se un uomo politico, una donna politica,( vi ricordate i bau bau) può deridere impunemente il proprio avversario senza mai entrare nel merito di una discussione, perché un adolescente dovrebbe credere nel valore del dialogo e del rispetto reciproco?

Come si può pensare alla pace ed alla pacifica convivenza quando si ricorre alla metodica prevaricazione dei confronti dell’altro? Cosa hanno da insegnarci queste persone? Sembra di essere al cospetto di lupi travestiti da agnelli !

Offendere un segretario di partito significa offendere chi crede nella democrazia

C’è un aspetto che spesso viene sottovalutato in questo genere di attacchi: insultare un segretario di partito cittadino, un capogruppo in Consiglio Comunale, non significa soltanto colpire la singola persona, ma significa mancare di rispetto a un’intera comunità politica. Un segretario è eletto dai suoi iscritti, rappresenta dei cittadini che credono in un confronto leale, corretto, democratico e rispettoso. Quando un rappresentante delle istituzioni si abbassa a insulti e derisioni nei confronti di un leader politico, non sta soltanto screditando lui, ma sta offendendo tutti coloro che lo hanno scelto, coloro che si riconoscono nei suoi valori e nelle sue idee.

Questo atteggiamento non è solo meschino, ma profondamente antidemocratico. La democrazia si nutre di rispetto reciproco, di competizione sulle idee e non sulle persone. L’incapacità di affrontare un avversario sul piano del ragionamento e il rifugiarsi nell’attacco personale sono segni di una classe politica in declino, che non ha più nulla da offrire se non il veleno della delegittimazione.

Un vuoto di pensiero mascherato da satira

Questi atteggiamenti non hanno nulla a che fare con la satira. La satira è un’arte, una forma di intelligenza che prende in giro il potere mettendone in luce le contraddizioni, spesso con grande raffinatezza. Qui, invece, ci troviamo di fronte a una strategia misera, basata sullo svilimento sistematico dell’avversario per mascherare il proprio vuoto politico. Non c’è nulla di brillante, nulla di irriverente: solo la paura di affrontare un avversario sul piano del pensiero e la conseguente necessità di ridurlo a macchietta.

Chi insulta si condanna da solo

Alla fine, chi sceglie di ridurre il confronto politico a una serie di insulti dimostra soltanto la propria incapacità. Un uomo di Stato che si comporta così è un uomo che ha già perso la battaglia delle idee e che cerca rifugio in un linguaggio triviale, sperando che il discredito altrui possa compensare la propria pochezza.

Se vogliamo che la politica torni a essere il luogo del pensiero e non della rissa, dobbiamo smettere di considerare questi atteggiamenti come normali. Chi ricorre all’insulto perché privo di argomenti non merita di rappresentare nessuno. E la storia dimostra che i bulli, prima o poi, restano soli nel cortile della loro miseria.